Il titolo, che riprende la famosa frase tratta dal racconto di fantascienza "Guida Galattica per autostoppisti", scritto da Douglas Adams, descrive alla perfezione il contenuto dell'intervista che Popmatters ha realizzato, dove Brandon ha parlato della vita, dell'universo e di tutto il resto che vi gira attorno. Alla fine dell'intervista troverete il resoconto del concerto che i Sons of the Sea hanno tenuto l'11 febbraio alla House of Blues di San Diego. Buona lettura!


Brandon Boyd, come cantante degli Incubus, ha ricevuto molti dischi di platino ed ha girato in lungo e in largo per il mondo.  Il ragazzo, nativo della California del Sud, potrebbe tranquillamente rilassarsi e godersi la vita da rock star durante le pause della band.  Ma a Boyd piace essere sempre impegnato,  visto che è anche un artista con un lato spirituale molto profondo.  Queste sfaccettature della sua personalità lo portano ad esplorare i suoi limiti creativi e, spesso, a superarli per vedere cosa c’è oltre questi limiti.
Boyd ha pubblicato il suo primo album solista Wild Trapeze nel 2010. Fu un deciso cambio di direzione dall’alternative rock per cui erano conosciuti gli Incubus, da cui comunque ha ereditato le inconfondibili parti vocali. Dopo la pubblicazione dell’ultimo album, If Not Now, When?, nel 2011, la band si imbarcò in un tour mondiale che terminò solo nel settembre del 2012. Il gruppo prese quindi un periodo di pausa, ma le muse continuavano comunque a chiamare Brandon.

Decise così di collaborare con Brendan O’Brien (che, lo ricordiamo, ha prodotto gli ultimi tre album degli Incubus) per dare vita ad un progetto che doveva essere, secondo la visione di Brandon, molto più versatile degli Incubus.  If Not Now, When? è stato, sotto certi aspetti, l’album più versatile degli Incubus, frutto di un duro lavoro a livello artistico, ed il progetto Sons of the Sea sembra proprio una sua naturale derivazione.

L’album è stato pubblicato l’autunno scorso e, recentemente, Boyd & co sono partiti per un mini tour negli States che si è concluso in California, dove si sono esibiti dapprima a San Diego, poi a Pomona e Los Angeles e quindi, per concludere, a San Francisco nella splendida location del Fillmore, dove Brandon ha festeggiato il suo trentottesimo compleanno. PopMatters ha avuto la fortuna di assistere al concerto di San Diego e la possibilità di intervistare Brandon, dove il nostro ha parlato della sua personale visione delle cose e di altri argomenti molto intriganti.

Intervistatore: presumo che esibirti al Fillmore di San Francisco, concludendo lì il tour della costa ovest, il giorno del tuo compleanno non sia stata una coincidenza, vero? Il Fillmore è stato definito da alcuni artisti “uno delle più grandi location dell’universo conosciuto”. Tu come lo classifichi e quali sono altre tue location favorite?
Brandon: essì, è stato davvero il giorno del mio compleanno. Sai, non ricordo di essere stato sul palco il giorno del mio compleanno, anche se sicuramente sarà già successo. È stato un caso che la nostra ultima tappa del tour sia stata nello storico Fillmore di San Francisco, ma è stata comunque una felice coincidenza! La location, dicevamo, è una delle migliori del regno umano, e rivaleggia con posti del calibro dell’Hollywood Bowl e il Greek Theater di Los Angeles, e forse con il Red Rocks in Colorado e/o il Greek di Berkeley. Sono stato un fortunato bastardo ad aver avuto la possibilità di esibirmi in questi posti. Non l’avrei mai dato per scontato.

I :con il progetto Sons of the Sea ti sei avventurato in posti dove non eri mai stato, oltre i tuoi limiti creativi, per vedere cosa avresti potuto trovare e poter poi portare queste esperienze negli Incubus. C’è qualcosa dell’ultimo album della band e del tour che hai invece utilizzato nella creazione di Sons of the Sea?
B: penso che si possa dire che alcune “tendenze” come compositore siano rimaste in me dall’ultimo album degli Incubus.  Per questo lavoro però sono entrato in studio con Brendan O’Brien con gli occhi luminosi ed il desiderio di esplorare. Dopo aver lavorato con lui nelle vesti di produttore negli ultimi tre album della band, morivo dalla voglia di sapere che tipo di partner sarebbe stato a livello compositivo. Sono rimasto piacevolmente colpito dal fatto che io e lui siamo riusciti a lavorare così bene insieme. 
Le mie intenzioni più profonde in qualsiasi esercizio creativo contemplano l’essere presente come solo io so di essere ed il preservare la mia integrità mentre lo faccio. Penso che con gli Incubus siamo arrivati ad un punto in cui ognuno di noi ha sentito il bisogno di allargare i propri confini creativi, ma rimanendo comunque all’interno della propria integrità. Penso che se uno tiene questa integrità vicina al cuore, niente e tutto quello che farà saranno poi parte di un processo più ampio, ed in questo caso spero che le mie avventure, lontane dalla tranquillità della casa base, possano  arricchire il mio spirito e le mie attitudini.

I: in un’altra intervista hai detto che l’ispirazione per “Avalanche” ti è venuta da un sogno, e che non appena sveglio appuntasti le parole e registrasti la melodia. Tutto ciò somiglia molto all’esperienza che Keith Richards raccontò a proposito della creazione del riff di “Satisfaction”.  Ti era mai successa prima una cosa del genere e poi, hai mai fatto delle esperienze di sogni lucidi o altri sforzi meditativi/creativi per incoraggiare le tue muse?
B: in verità faccio sogni legati alla musica da quasi tutta la vita, ma solamente negli ultimi anni ho imparato a svegliarmi in tempo per appuntarmi quello che sogno prima che mi sfugga di mano come una saponetta bagnata. Mi scuso se magari ti ho fatto venire voglia di farti una doccia. Comunque sia, alla fine più che buttare tutto su carta preferisco memorizzare alcuni elementi e ricordarmeli quando servono, e questo ti viene solamente dopo aver fatto pratica per tutta la vita.
Un altro esempio di canzone scritta in questo modo è la prima traccia dell’album, “Jet Black Crow”. Non è nata pienamente formata, ma quello che c’era era abbastanza per poterci lavorare sopra. È divertente e quando succede ha qualcosa di magico. Sinceramente non capisco appieno il processo onirico e così, quando una canzone mi arriva in questo modo, mi sembra quasi uno strano regalo che viene dall’etere.

I: il brano “Where All the Songs Come From” ricorda, a livello melodico, le canzoni dei Beatles, ed il brano stesso riporta alla mente una frase detta da Chris Robinson, cantante dei Black Crowes, a proposito del brano “Wiser Time”, dove lui afferma di essere arrivato in un posto ed aver agguantato un pezzo della “Canzone”, alludendo ad una sorta di macrocosmico crogiuolo di melodie. Tu componi le tue melodie in maniera simile?
B: i Beatles sono stati un’infinita fonte di ispirazione e di confusione per me. Mi confondono perché mi perdo cercando di capire come diavolo abbiano fatto a scrivere delle canzoni così splendide. Penso però che alla fine abbiano attinto più ad una conoscenza che ad un ipotetico “posto creativo”. Una conoscenza di dove canzoni, arte, letteratura, ricette, colpi di genio ed essenzialmente tutto e niente originano è accessibile a tutti; tutto ciò di cui uno ha bisogno è la conoscenza, il sapere che non ci sono limiti alla creatività.
Riconosci l’abbondanza che c’è nell’Universo ed improvvisamente l’Universo ti si aprirà. Probabilmente era a questo che alludevo in “Where All the Songs Come From”. Ma chi sono io per dirvi il significato del brano? Se uno di voi lì fuori pensasse che fosse un brano che parla di acquistare musica al Walmart siete liberi di pensarlo.

I: quale canzone dei Beatles ti sarebbe piaciuto eseguire durante lo speciale tributo organizzato in occasione dei Grammy Award se gli organizzatori ti avessero invitato?
B: se l’avessero fatto mi sarebbe piaciuto cantare “I Want You (She’s So Heavy) oppure “A Day in the Life”.

I: ci sono un sacco di interessanti dinamiche sonore nel nuovo album, da te definito decisamente accessibile e versatile. Queste dinamiche erano presenti anche nel brano “Promises, Promises” dell’ultimo album degli Incubus, che hanno dimostrato anche loro una certa versatilità. Questa canzone ti ha spinto ad esplorare ancor di più questa versatilità, oppure è stata una cosa del tutto inconscia?
B: penso che in ogni album degli Incubus, dal primo all’ultimo, potrai trovare una certa versatilità. Inizialmente avevo un po’ paura a scrivere un ritornello che magari fosse orecchiabile. Con il passare degli anni però questa paura si è affievolita, ed ora sono, diciamo, più incuriosito dalle canzoni  che posso essere sincere e memorabili.  Siamo stati tutti vittime dei ritornelli orecchiabili che non riusciamo a scacciare dalla nostra testa e spesso abbiamo augurato al suo creatore di morire di fronte ad un plotone di esecuzione. Solo perché una canzone è orecchiabile non vuol dire che sia anche sincera e/o buona, e così diventa una valida sfida cercare di scrivere cose che vengono dal tuo cuore ed avere quel qualcosa che altre persone pagherebbero per avere.

I: tu e Mike avete spesso parlato di quando eravate grandi fans dei Phish da giovani, ed avete scritto anche qualche canzone che si potrebbe usare in una jam session. Pensi che l’improvvisazione dovrebbe essere limitata solo quando il pubblico è “attrezzato” a questo genere di cose, o vorresti fare del jam più spesso?
B: per “attrezzato” intendi fatti d’erba? Ho visto delle jam session durante i concerti dei Phish e dei Dead, dove la musicalità e l’abilità di virare senza sforzo nelle regioni della suggestione si fondono in maniera così precisa e naturale che pensavo di essere più fatto di quello che fossi in realtà. All’epoca potevo solo permettermi della merdosa erba marrone, ma quando loro suonavano in questa maniera mi sembrava di essere sotto acido. L’aver avuto esperienze del genere mi ha portato ad avere un profondo rispetto per le persone che riescono a fare simili jam, vagabondare e poi tornare indietro dal caos.
Gli Incubus hanno scritto i loro album in maniera non molto dissimile, ma quando ci troviamo di fronte al pubblico pensiamo che sia meglio lasciar fare lo jamming ai vari Phishes sparsi per il mondo. Sicuramente qualcuno degli altri membri dissentirebbe. Mi piace quando lasciamo un certo spazio all’improvvisazione, ti fa sentire presente ed a volte escono fuori delle cose splendide, ma alla fine comunque è meglio lasciare il lavoro pesante ai professionisti.

I: in passato hai parlato molto del tuo interesse nel calendario Maya ed altri argomenti metafisici. Che cosa ne pensi del 2012 adesso che abbiamo superato da un po’ il solstizio d’inverno che molti temevano?
B: penso che il riferimento al 2012 che facemmo nella canzone “A Certain Shade of Green”, contenuta nell’album S.C.I.E.N.C.E. del 1997, sia stato un po’ decontestualizzato. In difesa di quelli che credevano alla cosa, ho lasciato apposta il testo molto vago e di libera interpretazione. Alla fine però io non ho mai pensato che il mondo sarebbe finito quel giorno, se è questo che vuoi sapere. Mia madre ha passato un periodo della sua vita (e, di riflesso, anche della mia) facendo ricerche sulla cultura Maya per un libro che stava scrivendo, intitolato “Maya Memory: The Glory  That Was Palenque”, che è stato pubblicato qualche anno fa. Per questo sono stato esposto alla mitologia che circonda questa cultura che, vi ricordo, non cita da nessuna parte la fine del mondo. Gli umani hanno questa strana tendenza ad essere affascinati dalla propria fine. Forse perché siamo gli unici animali sulla terra che hanno coscienza della propria mortalità.

I: “Wish You Were Here”, brano contenuto in Morning View, uscito nel 2001, è il solo successo del ventunesimo secolo a citare gli UFO. Ti è mai capitato di vederne uno?
B: ho avuto molte di quelle che tu potresti definire esperienze con gli UFO, fin da quando ero un ragazzino. Ad essere sincero ce ne sono troppe da menzionare, ma magari qualche volta potremmo sederci da qualche parte e potrei raccontarti qualcuna di queste storie. Forse di fronte ad un bel falò e con una paurosa musica di sottofondo creata con un Theremin.
Hai mai pensato alla nozione di “Universo Infinito”? E che magari le nostre convinzioni su ciò che chiamiamo “vita” e “senzienza” sono da sempre state basate sulle nostre egoistiche esperienze? Se magari cominciassimo a tralasciare la visione antropocentrica dell’universo che abbiamo, ci rimarrebbero soltanto possibilità e l’abbondanza di coscienza. Io sono dell’idea che la Terra è stata visitata da extraterrestri da molto prima che noi ci evolvessimo, e penso che continueranno a farlo anche dopo che ce ne saremo andati.
Quando cominci a vedere tutto ciò che esiste, che è esistito e che esisterà in futuro come possibili manifestazioni di coscienza, ti si aprirà un infinito universo di possibilità. Ma se mi passi una piccola presunzione di specie, sono dell’idea che gli esseri umani sono particolarmente speciali, e che le altre razze ci trovano affascinanti!
 




L’affermazione di Boyd relativa al fatto che gli extraterrestri trovano affascinante la nostra razza è in netto contrasto con quanto affermato dai vari scettici che non vedono perché il nostro mondo, tormentato da continue guerre e dove regna l’ineguaglianza, dovrebbe affascinare la comunità intergalattica. Il sistema economico e politico della Terra sarebbe di difficile comprensione per chiunque. Ma se, per caso, l’arte e la musica del nostro pianeta fossero una cosa rara all’interno del grande schema delle cose? Il rock’n’roll ha giocato un ruolo vitale nell’evoluzione della cultura globale negli ultimi 50 anni.  La musica è il vero linguaggio universale ed il rock è una quasi-religione per tutti quelli che non riescono ad immaginare un mondo senza il potere catartico e curativo della musica.

Tutti quelli affamati di musica si sono dati appuntamento alla House of Blues di San Diego per assistere allo spettacolo che i Sons of the Sea hanno tenuto l’11 febbraio. È stato uno show per tutte le età e proprio per questo vigeva il divieto di consumare bevande alcoliche nella zona dell’esibizione. Così, prima dell’inizio dell’esibizione era praticamente impossibile entrare nel locale, visto che tutti erano assiepati di fronte al bar nella speranza di poter consumare un drink veloce prima del concerto.
“Jet Black Crow” ha aperto la serata, e Brandon e soci hanno avvolto la folla in una melodia che sarebbe potuta essere tranquillamente una canzone degli Incubus se avessero aggiunto delle distorsioni con la chitarra. “We could take our chances” canta Boyd in quello che sembra un commento tematico a proposito del progetto Sons of the Sea. “Come Together”, invece, ha una melodia molto pop, anche se dal vivo si avvertono moto di più le dinamiche avventurose della canzone.


Nella setlist sono state inserite anche alcune canzoni tratte da Wild Trapeze. “Runaway Train” ha toccato delle corde particolari grazie alla chitarra acustica ed alle congas, che hanno conferito al brano un tocco molto tribale. Boyd si è poi lanciato in una splendida dimostrazione delle sue doti vocali durante l’intro di “Courage and Control” prima che il resto della band cominciasse a suonare mentre Boyd cantava di darsi il permesso di lasciarsi andare. Era chiaro che il pubblico era ormai totalmente rapito e pronto per qualsiasi cosa Boyd volesse offrire loro. “Unthetered” ha continuato a creare l’atmosfera grazie ai superbi giri di tastiera che hanno creato delle ricche melodie.

La band si è quindi lanciata in una specie di interludio cinematografico con “Avalanche”, dove l’intro con il piano ed i toni sublimi sembravano evocare un paesaggio da sogno. La canzone si è poi lanciata in una progressione che sembrava una specie di jam psichedelico, che purtroppo però è terminato troppo presto. “Here Comes Everyone”, presa da Wild Trapeze, è stata uno dei punti più alti della serata e la band l’ha eseguita in maniera vibrante e perfetta, che ha superato di gran lunga la versione in studio che ci parla di “guardare le stelle( looking at the stars )”.
 


 

Boyd si scuserà in seguito per la lunghezza dello spettacolo, citando il limitato repertorio che possiede. La cosa di suo è pienamente condivisibile, anche se penso che se avesse voluto far durare di più lo show avrebbe potuto rubare qualche pezzo dal repertorio dei Phishes ed aggiungere qualche cover dei grandi classici del rock’n’roll.

Ma la band, alla fine, ha concluso lo show con stile eseguendo, durante l’encore, una superba versione di “Where All he Songs Come From”, dove il potenziale dei Sons of the Sea è emerso in tutto il suo splendore. L’allettante groove della canzone si percepisce ancora di più in versione live,  richiamando alla mente il potere del brano “Midnight in Harlem” dei The Tedeschi Trucks Band, che possiede una progressione molto simile. I Sons of the Sea hanno creato una melodia magistrale con i loro strumenti che evoca un paesaggio sonoro maestoso, con Brandon al centro di esso.
 


 

I Sons of the Sea non sono gli Incubus, e questo è un dato di fatto per chi ha già ascoltato il loro album. È stato molto interessante comunque vedere Brandon accettare il rischio ed aprire le sue ali per vedere dove lo avrebbe condotto questo volo lontano dal nido, e continua a presentarci una sincerità artistica che conquista i suoi fans, pronti a seguirlo dovunque lo porterà suddetto volo.

Fonte: Articolo originale

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