Brandon Boyd 1Qualche giorno fa Brandon Boyd è stato intervistato dal sito Absolutepunk.net, parlando del progetto Sons of the Sea, di cosa vuol dire lavorare con Brendan O’Brien, dell’importanza che ha il suo flusso di coscienza sulla sua creatività e del passato degli Incubus. Buona lettura!


Intervistatore:  lo stile musicale di Sons Of The Sea è molto diverso rispetto a quello cui ci ha abituati Brendan O’Brien, che di solito produce dischi molto rock, e si discosta anche da quello che gli Incubus hanno fatto fino ad ora.  Quando avete discusso del progetto come avete deciso la direzione da intraprendere?
Brandon: la prima volta che abbiamo parlato di scrivere delle canzoni insieme non c’era una vera e propria direzione creativa, è partito tutto da una conversazione del tipo: “Hey amico, hai del tempo libero?”, “Certo. E tu?”, “Si, anche io. Vogliamo provare a scrivere delle canzoni insieme?”, “Certo, facciamolo”. Ecco, questa è stata la nostra direzione creativa. Ho semplicemente mandato a Brendan delle idee per i testi e per  la musica, e così siamo partiti. Dopo aver fatto così per un po’ di tempo ed aver registrato un paio di pezzi Brendan ha cominciato a rimandarmi della musica su cui ho cominciato a scrivere i testi.

brandon boyd 2I: Brendan ha prodotto tutti i vostri lavori a partire da A Crow Left Of The Murder. Come è stato averlo come collaboratore e membro della band invece che come produttore?
B: non è stato poi così diverso alla fine. La differenza più grande è stata che alla fine non c’era una band con noi. Tutto il disco è stato realizzato da me e Brendan. Eravamo noi la band, per lo meno quasi fino alla fine. Quando avevamo tutto pronto e stavamo per mixare le canzoni infatti, abbiamo deciso di far suonare Josh Freese su un paio di pezzi, così, per vedere come venivano. Quello che abbiamo sentito c’è piaciuto così tanto che alla fine gli abbiamo chiesto di suonare in tutto l’album.
Ovviamente Brendan si è comportato anche da produttore, ma non avevo mai avuto l’opportunità di collaborare con il Brendan musicista, e questa cosa è stata molto bella. È un chitarrista selvaggio, e poi suona anche il basso e le tastiere.  Non aveva limiti. Sembrava come se non ci fossero reali restrizioni nel processo di collaborazione. Se per esempio mi veniva un’idea pazza per una melodia o un effetto, con Brendan riuscivamo poi a renderla alla perfezione con gli strumenti. Ci siamo divertiti moltissimo!

I: questo è il secondo album realizzato senza gli Incubus, il primo è stato The Wild Trapeze. Che cosa hai appreso durante la realizzazione del primo album che hai poi applicato sul secondo?
B: The Wild Trapeze  è nato durante la prima lunga pausa che ci siamo presi come band. Vedi, c’è un grande flusso di musica, testi ed immagini che occupano la mia mente ed il mio cuore tutti i giorni, che ovviamente non si fermò durante il periodo della pausa. Inizialmente cominciai a catalogare tutto ciò che mi veniva in mente, ma poi fui preso dall’ansia di non riuscire a catturare in pieno le mie idee.
Così cominciai ad immaginare di creare un disco solista ma di farlo suonare ad altri musicisti, e l’idea prese il volo. Alla fine però realizzai The Wild Trapeze. Suonai ogni strumento, e Dave Fridmann, che produsse il disco, mi aiutò non poco: c’erano alcune parti che erano infatti al di sopra delle mie capacità, e qui lui intervenne, essendo un musicista migliore di me.
Penso che da questa esperienza ho imparato che nel mio spirito fluttuano un sacco di musica e di altre cose. Quando gli do voce, liberamente, senza freni o limiti, escono fuori cose che a volte vanno bene per gli Incubus e a volte, invece, vanno bene per un disco solista.
Il progetto Sons Of The Sea è nato durante la pausa che la band ha preso un anno fa. I brani sono venuti fuori spontaneamente ed ho cominciato a lavorare con un fantastico produttore, che è poi anche un fantastico musicista. È stato tutto molto fortuito, ma non poteva capitare in un momento migliore di questo.

I: insieme agli Incubus avete fatto molte cover, ma l’unica che mi è davvero rimasta nella mente è “Let’s Go Crazy” di Prince, e tuttavia come brano di chiusura dell’album avete scelto una cover di un brano di Leonard Cohen. Cosa c’è di speciale in questa canzone che ti ha convinto a sceglierla?
B: l’ho scelta perché mi piace molto. Ha un testo stupendo.  Penso che sia questo che mi attira di solito verso un brano. Nelle canzoni cerco musicalità, creatività e bravura nell’esecuzione ed altre cose del genere, e quando qualcuno diventa un paroliere magistrale, che riesce a raccontare una storia senza sforzo, così splendidamente e nella completa sincerità, mi conquista davvero.
Leonard Cohen è l’esempio perfetto di quanto detto. È un paroliere perfino superiore al suo essere cantante e musicista, ma sono proprio questi splendidi testi che riescono a tenere a galla il tutto. Onestamente, ho sempre voluto eseguire una cover di un suo brano, ma finora non l’avevo fatto per una serie di motivi. Ci stavo pensando seriamente e Brendan mi ha spronato, e così alla fine è successo (ride). È così che è andata.

I: Parlando dei testi, sono sempre rimasto affascinato dai tuoi testi e dal loro processo di creazione, che da come ho capito sono scritti di getto, al momento, piuttosto che essere studiati a tavolino. Puoi parlarci di come questo avvenga?
B: Certo! Sai, a volte succede che alcuni bravi parolieri che conosco hanno un’idea su di un brano, che so, tipo “voglio scrivere una canzone sulla fine di una relazione oppure su un viaggio”, si siedono e buttano giù uno splendido testo. Ebbene, io non sono mai riuscito a fare una cosa del genere. C’ho provato, ma alla fine venivano fuori cose schifose (ride). Mi sembrava, per usare una metafora, di realizzare i gusci delle canzoni che volevo davvero scrivere. Penso che realizzare canzoni in questo modo, per me, manchi di sincerità. So però anche che ci sono persone che usano il primo modo di scrivere e mi congratulo sinceramente con chi riesce a farlo bene.
Io invece sono diverso. Può capitare che non scriva nulla per un periodo di tempo, e poi invece all’improvviso arriva tutto insieme. Potremmo chiamare questa cosa stile di scrittura sotto flusso di coscienza. La stessa cose succede quando disegno e dipingo. Quando sento l’urgenza di creare devo farlo per forza, questo flusso è così schiacciante che non posso non farlo.  Questo, più o meno, è il modo in cui si svolge il mio processo creativo.
Penso di essere diventato una specie di pioniere o scienziato di questo modo di fare. Ad un certo punto prendo tutte le idee confuse che appunto in svariati posti e le unisco, come i pezzi di un puzzle. È come un prurito mentale, composto da idee che mi frullano per la testa e per cui devo usare le mie competenze al fine di rendere il tutto un testo di senso più o meno compiuto. Certe volte le idee arrivano tutte insieme e la canzone è scritta in un’ora, altre volte invece ci vogliono settimane di lavoro per mettere insieme i pezzi del puzzle. Non mi piace avere restrizioni durante il mio processo creativo, e voglio che il risultato finale mostri integrità e sincerità.

I: ti ricordi quale è stata la canzone che ha richiesto più tempo per completarla?
B: c’è una manciata di canzoni degli Incubus che hanno richiesto molto tempo per essere completate. Una di queste è Dig, brano presente su Light Grenades. Dig è stata uno dei singoli estratti dall’album, e penso che sia una splendida canzone. Dice moltissime cose,  e di molte di queste me ne sono accorto solo a canzone completata. Una volta, ad esempio, ascoltandola alla radio, ho detto tra me e me: “Oh, ecco di cosa parla questa canzone!”.
Mi ricordo di aver lavorato un bel pò sul testo, ed anche lavorare sugli arrangiamenti con la band non fu facile. Perfino suonarla live era difficile, e addirittura realizzare un video per il brano fu incredibilmente difficoltoso. Per questo si decise di provare a far fare il video dai fans. Arrivò moltissimo materiale,  e poi ci fu tutto quel casino causato dal fatto che il vincitore doveva risiedere negli Stati Uniti, clausola inserita dalla nostra etichetta e di cui noi non eravamo a conoscenza.  Questa è la storia di Dig, che alla fine si è rivelata una splendida canzone, con una sua integrità e sincerità tali che alla fine non ti importa più quanto tempo ci hai messo a realizzarla.
C’è poi un altro brano, stavolta su The Wild Trapeze, su cui ho lavorato davvero molto, ed è A Night Without Cars. Sono felice del risultato finale tanto da dimenticare del tutto le difficoltà che ho avuto mentre la scrivevo. In Sons Of The Sea la palma di canzone più difficile da scrivere va a Great Escape. L’idea iniziale per il brano arrivò in un istante, ma poi mi complicai la vita da solo e scrivere il testo è stata una vera impresa.  Comunque sia, sono sempre pronto per questo genere di sfide. È probabilmente una delle ragioni per cui amo fare quello che faccio, per le sfide che mi si presentano quando scrivo i miei testi.

I: prima hai menzionato il tuo flusso di coscienza. Trovi che le cose che hai scritto siano autobiografiche oppure sono così fratturate da risultare difficili da inquadrare?
B: sono un po’ entrambe le cose. C’è definitivamente qualcosa di autobiografico in quasi ogni cosa che ho scritto. Si può tranquillamente dire che la mia vita, con le sue esperienze, sia la mia musa preferita. Ho fatto degli errori piuttosto consistenti nella mia vita. Ho avuto delle dure lezioni, ed in qualche modo ho imparato ad astrarre ed esternalizzare queste cose, riversandole nella mia arte. Penso che molti artisti lo facciano.  Basta saper delineare ciò che senti nel momento in cui scrivi ed alla fine vedi che tutto acquista un senso. È un processo quasi catartico.
Dall’altro lato ci sono le cose che sembrano assurde, che penso siano essenziali lo stesso. Magari c’è qualcosa che a breve termine ti sembra strano, come il testo di una canzone, e poi magari a distanza di un anno l’ascolti di nuovo e ci trovi tutta una serie di significati che prima non avevi colto. E, come dicevo prima, esclami: “Oh, ecco di cosa parla questa canzone! E io che pensavo di star scrivendo cose senza senso. Probabilmente provavo cose al momento di cui non ero a conoscenza!” (ride). Ecco, questo processo è estremamente soddisfacente.

brandon boyd 3I: vorrei parlare brevemente del vostro ultimo album, If Not Now, When?. Sicuramente è stato il vostro disco più tranquillo se confrontato con i lavori precedenti. Guardando indietro, cosa ne pensi?
B: ognuno dei nostri album è stato un’esperienza a sé stante,  e più gli anni passano più ogni esperienza diventa sempre meno simile a quella che la precede. Questo disco è stato probabilmente un’esperienza unica, avvenuta in un momento in cui stavamo confrontandoci con delle circostanze estenuanti che hanno contribuito al risultato finale. Penso che realizzare l’album sia stata una splendida esperienza, e ci sono stati anche dei momenti molto belli, ma di sicuro è stata una bella impresa, questo è poco ma sicuro.
Eravamo alla fine del nostro contratto con l’etichetta con cui eravamo stati per 17 anni. Cominciavamo a sentire troppo gli obblighi contrattuali, il rapporto si stava irrimediabilmente deteriorando. Il punto di non ritorno fu il furto e la successiva messa in circolazione di una copia del lavoro da un server Sony. Questa cosa sinceramente ci devastò e compromise non poco la pubblicazione dell’album.  È stato il nostro unico disco ad essere diffuso prima della data di pubblicazione, e sinceramente il tempismo con cui accadde ci sembrò molto strano, ma alla fine anche da questo si imparano cose.
Come dicevo prima, ci sono alcuni bei momenti sul disco, io li definisco “momenti Incubus”, e poi ci sono altre cose che non sono andate come speravamo. Alla fine fa tutto parte del processo, non possiamo fare le stesse cose due volte di seguito. Non possiamo semplicemente trovare una formula e continuare a produrre basandoci su di essa, ne andrebbe dell’integrità del gruppo ed i nostri fans se ne accorgerebbero subito.

I: qualche settimana fa è stato il dodicesimo anniversario della pubblicazione di Morning View. Credo che questo sia il disco di maggior successo della band, e so che è il favorito di molti dei vostri fans. Guardando indietro a quel disco ed a quel periodo, che cosa ti è rimasto?
B: onestamente, quando ci penso, a volte sembra una vita fa, mentre in altri momenti sembra giusto ieri, anche se so che questa può sembrare una risposta standard. Quello fu un momento memorabile. Ogni band dovrebbe essere fortunata ad avere un momento memorabile nella loro carriera, da cui tutto comincia poi a filare liscio. È quel momento in cui ogni musicista ed artista di ogni genere spera di incappare una o due volte nella vita, e se sono particolarmente fortunati anche di più.
Noi siamo arrivati a quel momento quando eravamo una band da esattamente dieci anni: avevamo cominciato infatti nel 1991, e cominciammo a registrare Morning View alla fine del 2000. Quando eravamo una band da 9 anni. Se guardiamo la cosa dal punto di vista di Malcolm Gladwell (noto giornalista e sociologo anglo-canadese) avevamo raggiunto un livello di esperienza notevole, con gli anni passati insieme e gli innumerevoli show live.
Eravamo poi in un momento delle nostre vite in cui non avevamo ancora nessuna responsabilità importante. Avevamo a malapena comprato il nostro primo appartamento e cose così, e quando ci spostammo in questa grande, splendida casa avevamo solo un obiettivo: realizzare un grande disco. Nessuno di noi aveva ancora un mutuo o altre reali responsabilità con cui confrontarsi.
È una di quelle cose che succede una volta sola, è stato parecchio divertente, un po’ perché, come dicevo prima, non avevamo responsabilità (ride), ma anche perché in quel momento vivevamo in un posto da sogno. Il nostro solo lavoro era scrivere della buona musica e vivere per cinque mesi in questa casa di Malibu. Ripensandoci ora, è tutto comicamente surreale. Guardo però a quei tempi anche con molto affetto, e sono felicissimo che le persone apprezzino Morning View ancora oggi.

Fonte: articolo originale

Cerca nel sito

Segui Incubus Italia

Segui la Band

Seguici su Twitter

JSN Epic is designed by JoomlaShine.com